'There's a Light...': le poesie di Franz Wright (traduzioni)

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kitaj
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'There's a Light...': le poesie di Franz Wright (traduzioni)

Messaggioda kitaj » 27 ottobre 2014, 12:55

#1, 'Wintersleep':

LETARGO

Non riuscivo ad addormentarmi. Me ne stavo lì disteso per non so quanto tempo ad ascoltare la bufera, quando ebbi la nettissima impressione che si trattasse di una bufera a Minneapolis nel 1959. E la cosa mi inquietò. Sapevo che ora le sarebbe toccato accendere la lampada, alzarsi dal letto e mettersi a scrivere di me; e ovviamente, qualsiasi cosa scrivesse sarebbe sembrata una cosa che si era inventata lì per lì. Comunque alla fine decise di rimanere al suo posto, girarsi dall'altra parte e tenermici per sé. Credo che fosse la cosa giusta da fare. Dopotutto, era solo una bufera a Minneapolis nel 1959. Come fai a descrivere una cosa tipo me? Anzi, a pensarci bene, perché mai mettersi a farlo? Perché tenerci?

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kitaj
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Re: 'There's a Light...': le poesie di Franz Wright (traduzi

Messaggioda kitaj » 27 ottobre 2014, 12:57

#2, 'The Wall':

IL MURO

Per malridotto o dondolante che sia, il tavolo dove uno scrive va messo di fronte a uno specchio: così parlò l'acciaccato maestro, per quanto ne so l'unico autore per cui quel magnifico e alato pazzoide di Rimbaud degnasse ammettere la propria ammirazione, pensate un po'. In quel periodo il poeta era fortunato a disporre di un tavolo e di uno specchio, per non parlare di una stanza in cui concentrarsi, cosa che ogni tanto gli riusciva anche di fare nonostante la distrazione di dover trattare con alcuni di quegli individui semianalfabeti che, allora come adesso, notoriamente intraprendevano la professione letteraria come spinti dall'unico scopo di braccare e tormentare chiunque avesse avuto l'infelice idea di dimostrare davvero del talento per la scrittura. Io personalmente preferisco muri spogli, per quanto certamente non mi azzarderei a dirlo in sua presenza; anzi, in sua presenza dubito fortemente che sarei stato capace di articolare una opinione o un pensiero qualsivoglia su un argomento qualsiasi. Comunque, di finestre non se ne parla. Niente finestre. Ho già abbastanza problemi con quello che riesco a vedere attraverso il muro. Proprio un minuto fa lo osservavo passare e, a giudicare dalla faccia, mi sa che l'ho beccato in una delle sue brevi fasi nomadiche, preso tra le amorevoli cure di uno o dell'altro padrone di casa appassionato di poesia, tra le comodità spartane di uno o dell'altro gabinetto con lo sciacquone rotto; zoppicava un po', come indossasse due scarpe sinistre, finché decise di riprender fiato a una panchina vuota, non pioveva poi tanto, prima vomitando con discrezione in uno dei vicini cespugli, niente di che, effetto dell'astinenza da oppiacei, non c'erano state indicazioni di crisi alcoliche, ed essendo abbastanza improbabile che il soggetto avesse assunto del cibo di recente non sporcò molto, giusto due gocce di un liquido verdognolo, che si sposava bene col quadretto della vegetazione umida tutt'intorno. Giacché non dava l'impressione di avere con sé un quaderno, fortunatamente non avrebbe dovuto utilizzare le ginocchia indolenzite, le quali gli avevano fatto molto spesso da comodo scrittoio permettendogli di ingobbire le magre spalle ed inarcarsi piano in avanti per proteggere la pagina dai molti tipi di precipitazione talmente prevalenti nella sua parte del globo. Evidentemente aveva smarrito la penna, cose che accadono, per cui la mano sinistra sarebbe stata esonerata dall'uso in luogo di carta da lettere. Gli era stata inoltre risparmiata l'eventualità di ferirsi, cosa che purtroppo gli capitò nel corso di un lieve episodio, senza precedenti di rilievo, di mutilazione autoinferta, vabbè, in realtà si trattava di non più di un paio di escoriazioni da puntura, derivanti dalla comprensibile frustrazione che è facile si accompagni all'essere ridotti ad annotare sulla propria pelle uno dei pochi versi di poesia vera che si siano mai scritti. Rimase su quella panchina per un periodo di tempo per niente sospetto e del tutto nella norma, con la testa un po' andata in qualità di unico tetto a sua disposizione per un po', e come unico specchio un fulmineo, sconvolgente, subito troncato scambio di sguardi con una anziana, cui passando capitò di mostrargli la faccia, stropicciata e consunta. Si alzò il bavero, si rimise lentamente in piedi barcollando pressoché senza darlo a notare, e proseguì il cammino in una strabiliante imitazione di qualcuno che non fosse sopraffatto dal terrore, mentre la pioggia che lo inghiottiva ora non è che cadesse poi tanto più forte.


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