David Sylvian - Died In The Wool [di starblind]

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gianluigi
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David Sylvian - Died In The Wool [di starblind]

Messaggioda gianluigi » 8 giugno 2011, 15:24

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Dopo aver tirato un sospirone indosso le cuffie assumendo l’aria del candidato all’esame di maturità. E’ una sfida con me stessa in fondo. Io ho un orecchio viziato dal pop e dalla melodia, però tutto ciò che non fa parte di me mi incuriosisce e mi affascina..inevitabile cimentarsi con una nuova opera del maestro. Sylvian ultimamente mi fa l’effetto dei compiti la domenica pomeriggio, quando vorresti solo tatuarti sul divano e sopprimere l’ultimo neurone come le palline scoppiettanti della carta pluriball.
“Manafon in the wool”. Già, proprio come se fosse leggermente più addolcito e meno spigoloso del precedente - che mi tolse il sonno una notte di due inverni fa. Sentivo scricchiolii e vedevo spettri ovunque, senza alcuna possibilità di un esorcismo dell’ultimo minuto.
La rivisitazione di Small metal gods ha degli scivoloni cinematografici che mi godo soddisfatta, come tornare sul mio terreno insomma. Sono sempre la solita illusa, perché non ho fatto i conti con Died in the wool. Calzerebbe con tutta la cronaca nera da cui siamo bombardati ultimamente. Quello che potrebbe essere semplicemente il racconto del ritrovamento di un corpo femminile si trasforma in un’esperienza sensoriale. In realtà quei suoni ti portano in un bosco ancora inzuppato di pioggia, il cantato di Sylvian suona quasi come il requiem recitato da una voce esterna, un osservatore empatico che guarda la scena dall’alto. E’ un ritorno al bosco di Manafon, ecco il cervo, il gregge…e i visi sconsolati degli investigatori. Ascoltarlo è come assumere un punto di vista auditivo espanso agli altri sensi. E’ come se i suoni di sottofondo riproducessero le emozioni dei presenti, muti e immobili. Mi viene in mente la rappresentazione delle emozioni nel teatro attraverso la gestualità “di attori accessori”. Il protagonista recita la parte principale, i suoni raccontano le emozioni. Visione agghiacciante, decisamente urge liberarsi da quell’ansia senza sbocco.
Sembra che Sylvian mi abbia ascoltato, perché l’incipit di I should not dare mi inganna per un attimo…ho come la sensazione che stia iniziando Some Kind of Fool. Non so se è il bisogno inconscio di tornare su strade conosciute dopo il vagabondare in un bosco cupo e pieno di dolore. So solo che per i successivi tre minuti e mezzo mi faccio coccolare senza resistenze dal mio Sylvian. Quello che ho amato di più e che mi ha scandagliato l’anima e i pensieri per due decenni.
Random act of senseless violence mi lascia alquanto perplessa, di sicuro c’è di più che sull’originale e risulta più godibile dal mio timpano che ormai si gira e mi guarda con aria interrogativa.
Ma quando comincia A certain slant of light ritorna l’andamento dell’amore, quello universale e poco umano..e per questo talmente bello da farti sentire in armonia con il mondo. Che meraviglia, aumento il volume d’istinto rendendomi conto della potenzialità invasiva di quella voce quando segue l’onda sonora della musica. Il piano che fa capolino qua e là, la tromba di Arve Henriksen, il crescendo di sintetizzatori coralmente mi accompagnano verso un talamo nuziale che intravedo sul sentiero. Pace. Con me stessa, con lui, Sylvian. Grande commozione, come avviene di fronte alle gioie inaspettate.
Svegliarsi in un soffice letto e trovarsi improvvisamente nel vicolo buio di una metropoli al suono di un violoncello distorto non è propriamente il sogno di tutte le spose. Ma il sax dà una connotazione noir all’ambientazione quasi piacevole. Cerco istintivamente sul comodino l’Antologia di Spoon River da leggere, mentre fuori comincia a nevicare sui monti dell’Appalachia (ma non poteva andare a Cortina mi chiedo?). Buffo quel pizzicare le corde di un violoncello, sembra di vedere i continui agguati di Tom a Jerry. Perché mi vengono in mente queste idiozie? Eppure non credo sia casuale. E’ curioso infatti pensare come la mente sia inconsciamente riottosa a quei suoni abbinati in modo quasi disfonico e riproduca quindi vie di fuga, attraverso visioni da cartone animato. Non si finisce mai di conoscere se stessi.
Spiare Emily Dickinson nella sua stanzetta è sempre una sensazione claustrofobica, era decisamente più a suo agio in Manafon, trovo che questa nuova ambientazione sonora le si addica meno. Già ha sofferto troppo poverina. Stessa sensazione per la coda dell’Englishman. Quello che segue mi provoca un certo fastidio e voglia di passare al brano successivo, non è facile digerire tutta la cupezza di Sylvian per una mattina intera, soprattutto quando il grigiore si estende anche al cielo che osservo fuori dalla finestra.
The last Day of December mi dà immediatamente la sensazione di uno dei suoi brani più classici. Certo, scarnificati dalla musica che fu. Un accenno di coro da Nine Horses.
Ma è con i 18 minuti finali di When we return you won’t recognize us che mi interrogo sul senso di una Naoshima versione decadente. Qua di Ghosts ci sono rimasti solo i fantasmi. Che senso ha, mi domando infastidita, uno sproloquio di suoni e rumori analizzati allo stremo? Mi calmo. E penso: forse un significato ce l'ha. Sylvian a volte sembra un bambino alla ricerca della briciolina sulla tovaglia, quella che può vedere solo lui e che sfugge agli adulti. Quella con cui ci perde le ore intere. Forse, forse, sta tornando alla purezza, alla fonte di tutto. Sperando però che si ricordi di tornare al famoso talamo un giorno. Io lo aspetto, un po’ geisha, un po’ rassegnata. Non so voi.
"dai, dai, dai..."
Renè Ferretti

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